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Fabio Magnasciutti: parole, immagini e fantasia dietro al mestiere del vignettista

L’illustratore e disegnatore si racconta a Classic Drive Art

In fatto di originalità, Fabio Magnasciutti, artista e vignettista romano, è una vera e propria autorità. Il suo sito web ha come interfaccia un muro scostato dall’umidità, sul quale appare un vecchio citofono a interfono. Sulle etichette dei pulsanti, scritte con diverse calligrafie, sono appuntati i diversi ambiti in cui si declina il suo estro: editoria, periodici, vignette, animazione e molto altro. C’è persino una voce “Her Pillow”, il nome della sua band, in cui è canta e suona l’armonica. Per accedere ad ogni sezione, basta citofonare.

È la perfetta rappresentazione dello spirito poliedrico e provocatorio di Fabio Magnasciutti. Classe 1966, romano, Fabio è un illustratore e un vignettista di professione. I suoi disegni sono stati scelti per far parte di svariati progetti editoriali, venendo spesso contesi tra editori del calibro di Giunti, Curci, Lapis, Barta e molti altri. La sua fantasia e la sua versatilità, però, non poteva rimanere legata ad un unico media: le sue uniche strisce a fumetti gli hanno valso collaborazioni illustri con la stampa periodica, da “La Repubblica” a “l’Unità”, da “Il Fatto Quotidiano” al settimanale Left”, per cui realizza tutt’ora copertine e vignette. Vignette che hanno poi trovato la forza per animarsi, e a conquistare le sigle del fior fiore della televisione italiana (un esempio? “Che tempo che fa”, a partire dal 2007). Insignito del titolo di Miglior vignettista dal Museo della Satira di Forte dei Marmi nel 2015, Magnasciutti ha ottenuto una cattedra presso l’Accademia dell’Illustrazione di Roma, che ha ricoperto fino al 2005. Oggi insegna illustrazione editoriale presso lo IED di Roma e presso la scuola di illustrazione Officina B5, da lui fondata proprio nel 2005.

 

Una vita piena, senza dubbio. Eppure, Fabio Magnasciutti ha trovato il tempo di raccontare la sua storia a Classic Drive Art, comparendo come ospite della prima puntata della seconda edizione. «Come tutti quelli che fanno questo mestiere, ovviamente, è qualcosa che viene da lontano, cioè dall’infanzia», esordisce, parlando della sua passione per l’arte. «Ho sempre disegnato ed ho sempre sperato che potesse diventare un mestiere, cosa che è effettivamente: vivo di questo ormai da oltre trent’anni».

Nelle sue vignette, tuttavia, non ci sono solo immagini e figure: nelle sue vignette, è infatti la parola stessa – con giochi di significato e doppi sensi esilaranti – a diventare opera d’arte. Magnasciutti riconduce il merito di questa mescolanza parola-immagini ad alcune «letture chiave» fatte da bambino: «sicuramente Rodari, Calvino ed altri, almeno per quanto riguarda l’italiano». Sono loro i pilastri della sensibilità verbale di Fabio Magnasciutti, ciò che lo ha portato a riflettere sul rapporto tra significato e significante. In fondo, che cos’è quest’ultimo (come le stesse lettere che formano le parole), se non un disegno innanzitutto?

Un’arte che nasce dalla parola, prima che dall’immagine, dunque. «Solo in seguito, nel tempo, sono riuscito in qualche modo a mettere insieme alle immagini: le vignette che girano ultimamente, negli ultimi dieci, dodici anni, sono frutto di un’unione, appunto, tra queste due passioni. Iniziando da “L’Unità”, che è il quotidiano che ha ospitato per primo le mie vignette – perché così si chiamano – ho poi continuato ed è una specie di stupefacente, insomma, dà assuefazione».

 

Da passione infantile a professione, fino a vera e propria droga dalla quale non può più prescindere. Ma da dove trae Fabio Magnasciutti le sue idee? «Spesso e volentieri le vignette nascono appunto per puro caso: qualcosa che vedo, un brano che sto ascoltando – perché ascolto continuamente musica – una certa frase, o una certa armonia mi dà un’ispirazione e quindi molto velocemente devo buttare giù qualcosa per liberarmene ecco… qualcosa che poi, sennò, continua a ronzare dentro e deve trovare una valvola per uscire». Bastano pochi minuti, e la vignetta prende forma: «a volte nasce dall’immagine, altre volte dal testo, non c’è una regola», precisa Magnasciutti. «Però le fonti di ispirazione sono ovunque».

 

A meno che non riceva una commissione esterna, Fabio Magnasciutti crea liberamente, seguendo il sue estro e la sua curiosità. Ogni vignetta è diversa, anche se ci sono delle costanti ricorrenti: una di queste è, per esempio, il siparietto analista-paziente. Appartiene a questa serie anche la vignetta con il simbolo dell’infinito, molto apprezzata dai fan dell’illustratore: questa, commenta Magnasciutti, «è una di quelle vignette che è nata puramente per caso, adesso non ricordo neanche bene come, ma mi sembra che in qualche modo stessi leggendo qualcosa riguardo al Nastro di Möbius o qualcosa del genere, ora non ricordo. Fatto sta che comunque mi è venuta spontanea l’associazione con il numero otto che, ovviamente, visto in verticale è un otto, visto in orizzontale invece è il segno dell’infinito. Immediatamente, è scattata la battuta. In realtà, nella vignetta si vede solamente l’otto in verticale, e ci si immagina che una volta sdraiato sul lettino poi diventi effettivamente l’infinito. La battuta va di seguito a ciò che vediamo. È una serie lunghissima quella degli analisti, anche perché offre tante di quelle possibilità, infinite».

 

È solo uno dei tanti esempi di ispirazione fulminante che hanno dato vita alle vignette più amate di Fabio Magnasciutti. Un altro potrebbe essere quella del derviscio, che vediamo in figura. «È un’altra di quelle vignette nate per puro caso: stavo semplicemente vedendo una persona che si affannava dietro al proprio cane portandolo in giro, appunto, quindi l’idea e la parola “giro” mi ha evocato, non so per quale motivo in quel momento, un derviscio che notoriamente gira su se stesso a velocità vorticosa e quindi ho immaginato il povero cane che, quando va a fare un giro con lui, non si sa, si dice un giro ma, in realtà, sono molti di più».

 

Difficile trattenere le risate evocate dall’immagine del derviscio-trottola e del povero cane trascinato con lui nel suo “giro” infinito. Così come è difficile non riconoscere il genio dietro a queste vignette: immagini così semplici eppure così evocative nel loro rapporto ironico con il registro verbale, prodotto di una fantasia che – proprio come il moto perpetuo del derviscio – è inarrestabile.

 

Vuoi saperne di più? Scopri tutte le vignette di Fabio Magnasciutti sul suo sito personale e segui la sua intervista nella prima puntata di Classic Drive Art!